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“Intelligenza Artificiale”: come un nome sbagliato ha lobotomizzato il dibattito pubblico

20 giugno 2026 Spcnet.it

Ovvero: perché chiamare un modello statistico “intelligente” è stato il più riuscito colpo di marketing degli ultimi trent’anni


Padre Paolo Benanti ha pubblicato un articolo con un titolo fulminante: “Se i chatbot sono umani, allora anche le capre medievali lo sono.” La tesi è semplice e condivisibile: attribuire emozioni e stati mentali ai modelli linguistici è un errore cognitivo. Un’illusione. Una proiezione.

Ha ragione. Ma si ferma a metà strada.

Perché il vero problema non è come usiamo questi sistemi oggi. Il vero problema è il nome che gli abbiamo dato vent’anni fa.


Il peccato originale: “Intelligenza Artificiale”

Facciamo un passo indietro. Il termine Artificial Intelligence viene coniato nel 1956 da John McCarthy per descrivere un programma di ricerca accademica. All’epoca era una scelta ambiziosa, forse giustificabile nel contesto. Oggi, applicato ai sistemi LLM conversazionali, è semplicemente sbagliato.

Non sbagliato per eccesso di umiltà. Sbagliato concettualmente.

Un sistema come GPT, Claude o Gemini non è “intelligente” nel senso che attribuiamo a quella parola quando descriviamo un essere umano, un animale, persino un insetto. Non ha intenzionalità. Non ha coscienza. Non ha un modello del mondo. Ha un peso statistico associato a miliardi di token, e usa quel peso per prevedere quale sequenza di caratteri è più probabile data una sequenza in input.

È una macchina di probabilità condizionate, applicata al linguaggio naturale. Straordinariamente efficace, sì. Rivoluzionaria, probabilmente. Intelligente? No.


La definizione che avremmo dovuto usare

Quella corretta esiste, ed è già nel vocabolario tecnico di chi lavora nel settore:

Sistema LLM (Large Language Model) basato su metodologie di machine learning e deep learning.

Questa definizione:

  • Descrive cosa fa il sistema — elabora e genera linguaggio
  • Indica come lo fa — attraverso tecniche statistiche di apprendimento automatico
  • Non implica nulla che il sistema non possegga — nessuna coscienza, nessuna intenzione, nessuna emozione

Avrebbe reso il dibattito pubblico più onesto? Sì. Avrebbe venduto meno? Assolutamente sì. Ed è esattamente per questo che non l’abbiamo usata.


Il marketing più riuscito della storia tech

Chiamiamo le cose con il loro nome: “Intelligenza Artificiale” è stata, ed è tuttora, una scelta di marketing.

Il termine evoca la mente umana. Evoca HAL 9000, Data di Star Trek, il Terminator. Fa paura nel modo giusto, affascina nel modo giusto, vende nel modo giusto. Ha convinto governi a finanziare, investitori a scommettere, giornalisti a titolare, e il grande pubblico a umanizzare.

Il risultato? Abbiamo una massa di persone convinte che ChatGPT “capisca” quello che scrivono, che “senta” frustrazione quando le interrompi, che “voglia” aiutarti. Abbiamo un dibattito politico e regolatorio distorto da metafore sbagliate. Abbiamo aziende che costruiscono narrative sulla “personalità” dei loro modelli come se stessero descrivendo un collega di lavoro.

Tutto questo ha un nome tecnico: antropomorfizzazione. E ha un driver principale: il linguaggio che usiamo per descrivere questa tecnologia.


Il ruolo di chi comunica tecnologia

Qui entra in gioco una responsabilità precisa, che riguarda chi — come me — scrive di tecnologia per un pubblico tecnico.

Continuare ad usare “AI” e “Intelligenza Artificiale” senza qualificazioni è comodo. È il linguaggio che tutti capiscono, quello che ottimizza la reach, quello che i motori di ricerca premiano. Ma è anche il linguaggio che perpetua la confusione.

Scrivere “sistema LLM” invece di “AI”, spiegare che si tratta di machine learning e non di cognizione artificiale, precisare che un modello “genera” testo e non lo “pensa” — sono scelte stilistiche che hanno peso. Non sono elitismo tecnico: sono igiene comunicativa.

Il punto non è essere incomprensibili al pubblico generalista. È non mentirgli per semplicità.


Capre medievali e responsabilità condivisa

Tornando a Benanti: ha ragione nel criticare chi attribuisce umanità ai chatbot. Ma la sua critica dovrebbe estendersi a monte, fino alla scelta terminologica che ha reso possibile tutta questa confusione.

Se domani smettessimo di chiamare questi sistemi “intelligenti” e iniziassimo a descriverli per quello che sono — potenti modelli statistici addestrati sul linguaggio umano — il dibattito cambierebbe. Non nel giro di un giorno, ma cambierebbe.

Le capre medievali non erano umane. I chatbot non sono intelligenti. Forse è ora di dirlo chiaramente, partendo dal nome.


Dario Fadda — [dariofadda.it]


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deep learning, intelligenza artificiale, machine learning, modello linguistico